Visco: la guerra comprime la crescita dell’Italia

La guerra in atto rischia di pesare sempre più sulle prospettive economiche dell’Italia. Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali all’Assemblea dei partecipanti che si p svolta questa mattina a Roma. 

“L’attività produttiva- ha detto – si è indebolita nel primo trimestre, risentendo anche della ripresa dei contagi; dovrebbe rafforzarsi moderatamente in quello in corso”.

Il conflitto ha ulteriormente spinto i prezzi di energia e materie prime e “l’economia italiana è, con quella tedesca, tra le più colpite dall’aumento del prezzo del gas – ha rilevato – per la quota elevata di importazioni dalla Russia e per la rilevanza dell’industria manifatturiera, che ne fa ampio uso”.

Visco ha poi ricordato che lo scorso gennaio si prevedeva che il Pil tornasse sul livello precedente lo scoppio della pandemia intorno alla metà di quest’anno “e prefiguravamo una solida espansione, superiore in media al 3 per cento, nel biennio 022-23”.

Ma ad aprile “valutavamo che il prolungamento del conflitto in Ucraina avrebbe potuto comportare circa due punti percentuali in meno di crescita, complessivamente, per quest’anno e il prossimo. Le stime più recenti delle maggiori organizzazioni internazionali sono simili. Non si possono però escludere sviluppi più avversi. Se la guerra dovesse sfociare in un’interruzione nelle forniture di gas dalla Russia – ha avvertito Visco – il prodotto potrebbe ridursi nella media del biennio”.

Il givernatore si è soffermato anche sui temi del lavoro. 

“Nell’ultimo decennio la mancanza di adeguate occasioni di lavoro ha spinto quasi un milione di italiani, molti dei quali con un’istruzione elevata, a trasferirsi all’estero; per converso sono in calo, e spesso con profili poco qualificati, le persone che dall’estero si stabiliscono in Italia: si avverte la carenza di coerenti politiche di pianificazione dei flussi, di formazione e di integrazione”, ha detto. 

“La partecipazione al mercato del lavoro è tra le più basse in Europa, in particolare nel Mezzogiorno – ha proseguito -. Il tasso di attività delle donne, pari al 55 per cento in Italia a fronte di una media europea del 68 per cento, è inferiore di 18 punti percentuali a quello degli uomini. Per ridurre il divario vanno tra l’altro rimossi gli ostacoli che le madri incontrano nel rientrare nel mercato del lavoro dopo la nascita dei figli. I finanziamenti del Pnrr per i servizi alla famiglia costituiscono un primo passo in questa direzione”.

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